«Luoghi di esilio». L’abiezione nella Polis e il trionfo dell’indifferenza: il caso di Leros – Της Δήμητρας Τσέκου

Καιρό τώρα, σκεφτόμουν την πιθανότητα ν’ ανεβαίνουν στο blog κείμενα και σε άλλες γλώσσες, εκτός απ’ τα ελληνικά μιας και έρχονται εδώ πολλοί επισκέπτες από ξένες χώρες, κι η συνάντηση -έστω και μέσω ίντερνετ-, με τη Δήμητρα Τσέκου, βοήθησε ώστε να ευοδωθεί αυτό το σχέδιο. Επιπλέον, γράφει για το προσφυγικό, το πώς θεωρεί ότι βαίνουν τα πράγματα κατά τη γνώμη της και για μένα το συγκεκριμένο θέμα, έχει νόημα να είναι διαρκώς στην επικαιρότητα. Γιατί δεν πρέπει να συνηθίσουμε τη φρίκη ή ν’ αδιαφορούμε για το δράμα τόσων ανθρώπων. Το κείμενο και οι φωτογραφίες που αναδημοσιεύονται σήμερα λοιπόν εδώ, έστω και με κάποια καθυστέρηση (που οφείλεται μόνο στους δικούς χρονικούς περιορισμούς), είναι δικά της κι εστιάζει στην περίπτωση της Λέρου.

Leros, un’isola con 8.500 abitanti, all’estremità sud-orientale dell’Egeo nel Dodecaneso, vicino a Patmos: un’isola la cui storia e identità sono ormai intrecciate strutturalmente all’immagine dell’esclusione sociale e alla malattia mentale, cui si aggiunge ora la condizione disperata dei richiedenti asilo.

A Leros, dove l’hotspot può ospitare un massimo di 700 persone, sono accolti ora circa 2500 rifugiati, 70 dei quali ospitati in una struttura per gruppi vulnerabili che, guardando agli standard greci, può essere definita esemplare, mentre altri 100 (per lo più famiglie) vivono in 18 appartamenti all’interno del contesto del grande edificio. La maggioranza, quella che non può essere accolta all’hotspot, si trova però ora in tende, nell’area adiacente dell’ex ospedale psichiatrico, fra edifici vuoti e fatiscenti, le cui condizioni sono a dir poco miserabili, e dove per altro ancora si trovano in circa 200 sofferenti mentali.

La memoria di uno spazio di violenza, di abbandono e di arbitrio quale quello dell’ospedale psichiatrico di Leros viene oggi riattivata dalle nuove scene di abbandono, sullo sfondo dei frequenti scontri che oppongono oggi una parte della popolazione sia agli operatori che lavorano nell’hotspot sia a coloro che vi sono ospitati. Di fatto si tratta di »quasi rifugiati», poiché le esperienze raccontate alle commissioni territoriali da questi “indesiderati” non sono sufficienti per ottenere il diritto d’asilo. Purtroppo, sono «solo» immigrati e vengono così condotti e reclusi negli hotspot.

In queste settimane la crisi cui assistiamo non è resa atroce solo dal fatto che la struttura che accoglie i migranti è inadeguata da qualsivoglia punto di vista, ma anche dal dato che vede questo spazio di reclusione generare un paradossale senso di sicurezza nella popolazione locale: la necessità di proteggere la propria integrità è diventata pensabile solo a condizione di immaginare che altre persone siano private di ogni possibilità di movimento, o addirittura espulse.

La situazione è peggiorata ancor più durante la pandemia da Coronavirus. Ma, come se tutto ciò non bastasse, si aggiungono ora le misure prese dal governo Mpakogiani che, nel centro di Atene, ha deciso di rendere più profonda la ferita sociale che oppone la popolazione greca ai nuovi arrivati compiendo un gesto dal valore simbolico drammatico. Si tratta della demolizione delle panchine di pl. Victoria al centro di Atene, dove molti dei migranti in cerca di casa riposavano e “alloggiavano” in modo precario. Ora anche questo territorio effimero viene loro negato.

Lo spazio sociale si sta restringendo. Le panchine vengono rimosse, come in altre città d’Europa, il pensiero stesso sembra soffocare fra divieti e decreti che non permettono a questi uomini e a queste donne nemmeno di riposare. Agendo contro centinaia di rifugiati, molti dei quali madri con bambini, le istituzioni greche esprimono il volto più cupo delle contemporanee politiche migratorie, e rendono evidenti le trasformazioni della nozione di cittadinanza. I »senza panchine» sono solo un’altra espressione della disumanità strutturale del nostro presente.

Sarebbe interessante proporre una lettura psicodinamica e interrogarsi sul fatto che la misura che ha creato i »senza panchine» è apparsa a qualcuno un gesto fra i «meno» violenti, quando lo si confronti con le immagini delle espulsioni brutali e o delle persone annegate in mare dopo essere state abbandonate.

Siamo di fatti immersi in una logica di guerra infinita, e la Grecia pensa già al conflitto con la Turchia che si prepara nei mari di Egeo.

I fatti evocati ci portano a ricordare il pensiero di Agamben[1]e di Bauman[2]. Nuda vita. Nuda indicherebbe, un ipotetico grado zero della vita, vita in quanto tale, “semplice esistenza biologica”, e richiama l’immagina opposta di una vita vestita, più o meno umana, più o meno parlante, la vita che conosciamo e incontriamo ovunque, e di cui la prima rappresenterebbe il residuo, o il fondamento, o la parte più intima. Questo concetto, utilizzato ampiamente negli ultimi anni, riflette abbastanza fedelmente ciò al quale assistiamo oggi al centro di Atene, dove la scelta di eliminare le panchine semplicemente cancella ogni immagine di umanità, senza lasciare, ai nuovi indesiderati, alla loro stanchezza, nemmeno la possibilità di un nudo diritto biologico a riposare, a dormire. La popolazione autoctona, sostengono i governatori, avrà però la possibilità di nuovi posti di lavoro, visto che i centri di detenzione amministrativa, caratterizzati dal più basso livello assistenzialistico e pensato sui modelli del controllo sociale, avranno bisogno di manodopera…

Tutto è cambiato dai tempi in cui Foucault[3]scriveva del grande internamento e del progetto dei moderni manicomi: l’Hôtel-Dieu accoglierà solo alienati; Bethlem Royal Hospital a Londra accoglierà solo lunatici, ma nella generalità dei casi i folli, i furiosi, i sifilitici, gli insufficienti mentali saranno mescolati e confusi in quella che diventerà spesso solo una prigione: come appunto nell’ospedale psichiatrico di Leros, uno dei più mostruosi d’Europa.[4]Cosa accadrà in Grecia con i rifugiati?

Immigrati e stranieri sono oggi ammassati, i loro corpi mescolati e chiusi negli hotspot: troppo numerosi e “pericolosi”, sono soggetti da sorvegliare. Sull’isola di Leros vediamo in questi mesi crescere una tragica modalità di comunicazione tra la popolazione e i cittadini stranieri: segnata dal puro distanziamento sociale, come già accaduto altrove, Leros è diventata uno spazio di reclusione e di isola-mento: un’isola di confine, il paese-confine di un’Europa che sembra incapace di pensare modi diversi di accogliere e di proteggere.

In questo orizzonte di abbandono si aggiunge l’avvenimento di qualche notte fa a Moria. ll campo profughi è stato evacuato in seguito a un incendio, divampato in più punti per ragioni ancora da chiarire. Il campo è stato parzialmente evacuato. La struttura al momento dell’incendio accoglieva 12.700 richiedenti asilo (quattro volte più della sua capienza teorica) ed è il più grande d’Europa.

La polis è malata, la polis sanguina e non sa più cosa fare dei suoi morti, della terra in fiamme e delle persone obbligate ad un nuovo esodo, senza destino. Una nuova malattia che distrugge la Città, e non è un’assurda maledizione degli dei o un disastro naturale. Nasce dalle contraddizioni politiche e sociali, innescando il conflitto delle persone con quelle forze che di solito chiamiamo «fato», scrive Savvas Mixail,[5]autore di tanti testi filosofici e antropologici. Seguendo le sue parole proviamo a comprendere perché la città muore a se stessa, escludendo, nell’indifferenza, gli ultimi. Il concetto di miasma è stato sempre uno dei principi regolatori, invocato per dare alla Polis la possibilità di sopravvivere: senza l’eliminazione dello scarto fuori dalle mura della città, i cittadini vivevano sotto il la minaccia di una disintegrazione sempre possibile, sempre vicina. La reclusione nei campi, l’abbandono, la cancellazione delle panchine ne sono lo strano sintomo. È questo che stiamo osservando in modo massiccio anche nel campo di Moria, a Leros, ad Atene e altrove.

[1] Giorgio Agamben (1995), Homo Sacer. Il potere sovrano e la vita nuda. Torino: Einaudi.

[2] Zygmut Bauman (2017), Vite di scarto. Bari, Laterza. Bauman, Z. (2017). Vite di scarto. Bari, Laterza.

[3] Michel Foucault (1972), Histoire de la folie à l’âge classique, Paris, Gallimard.

[4] [Sulle vicende di Leros, isola di detenzione, di esclusione, di torture, cfr. lo splendido romanzo di Simona Vinci (2016), La prima verità. Torino, Einaudi. Nel manicomio di Leros un progetto ispirato a Basaglia avrebbe operato in anni recenti un complesso processo di deistituzionalizzazione].

[5]Μιχαήλ, Σ. (2020), Αντιγόνη Αντί Θεος Αντι Τύραννος, Εκδόσεις Άργα, Ιούλιος.

Δημοσιεύθηκε από

aikaterinitempeli

Η Αικατερίνη Τεμπέλη γεννήθηκε στη Σάμο, αλλά έζησε μερικά απ’ τα πιο ενδιαφέροντα χρόνια της ζωής της στη Θεσσαλονίκη και στο Ηράκλειο, όπου σπούδασε αντίστοιχα Ψυχολογία και Κοινωνική Εργασία. Στην Αθήνα εκπαιδεύτηκε στην οικογενειακή θεραπεία (Μονάδα Οικογενειακής Θεραπείας-ΨΝΑ) και στην βραχεία ψυχοθεραπεία. Παρακολούθησε μαθήματα υποκριτικής για 2 χρόνια στο “Θέατρο των Αλλαγών” και μονωδίας για 3 χρόνια στο “Ολυμπιακό Ωδείο” Ηρακλείου. Εργάστηκε για πάνω από μια δεκαετία στο ραδιόφωνο (Ράδιο Κρήτη, 9,84, Studio 19, ΕΡΑ Ηρακλείου, 102-ΕΡΤ 3 κ.ά.) ως παραγωγός και παρουσιάστρια ραδιοφωνικών εκπομπών, καθώς και σε γνωστά περιοδικά κι εφημερίδες ως δημοσιογράφος. Το 1993 κέρδισε το Α' Πανελλήνιο βραβείο, σε γραπτό διαγωνισμό της Deutsche Welle, με θέμα το ρατσισμό κι εκπροσώπησε τη χώρα μας στην Κολωνία. Τον επόμενο χρόνο, το 1994, πήρε Διάκριση στον Παγκρήτιο Διαγωνισμό Ποίησης. Σήμερα ζει στην Αθήνα και ταξιδεύει πάντα στις ζωές των άλλων. Τις νύχτες γράφει στίχους, που μελοποιεί συνήθως ο Παναγιώτης Λιανός. "Το ποτάμι στον καθρέφτη" είναι το τρίτο της βιβλίο και κυκλοφορεί απ' την "Άνεμος εκδοτική". Προηγήθηκαν "Η σκόνη των άστρων" (2010) και το "Βενετσιάνικο χρυσάφι" (2007) . Και τα δύο εκδόθηκαν απ' τις εκδόσεις "Μοντέρνοι Καιροί".

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